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L'AREA PRODUTTIVA: IL TRAPPETO



La vita del borgo era condizionata anche dalle attività lavorative che si svolgevano sia dentro le mura che all’esterno, nelle zone limitrofe. Dobbiamo immaginare che esistesse una rete di fiere e mercati dove si potevano vendere e acquistare prodotti agricoli e artigianali, ma le disponibilità economiche erano molto limitate perciò gli abitanti provvedevano alla loro sopravvivenza basandosi su un’economia di sussistenza, piuttosto che ad ampio raggio.

Le attività lavorative principali erano l’agricoltura e la pastorizia: alle prime luci del mattino gli abitanti si recavano fuori le mura per coltivare i campi o pascolare le greggi e ritornavano al villaggio al calar del sole. Qualcuno magari disponeva persino di un orticello presso la sua casa, ma erano sicuramente i contadini più fortunati. Possiamo ipotizzare che dentro l’abitato venissero praticati i mestieri artigianali nei laboratori all’interno delle stesse dimore degli residenti e che i prodotti ricavati servissero principalmente gli abitanti e se in surplus, potessero persino essere venduti, o scambiati in cambio di vettovaglie o altro.

C’era la fucina del fabbro, l’opificio, forse un laboratorio di ceramica per produrre manufatti di uso domestico; risultano anche un calzolaio e due barbieri. Soprattutto c’era il frantoio, il cosiddetto trappeto, a sud dell’abitato, vicino la torre rotonda della porta di Suso.

La struttura, forse una tra le più alte del borgo, veniva sfruttata per la molitura delle olive.

 Gli ambienti che oggi possiamo osservare sono giunti fino a noi a testimonianza dell’uso del frantoio da parte di diverse generazioni. Il luogo è certamente legato a questo tipo di lavorazione perché anche dopo il terremoto, nel nuovo borgo di Soverato Superiore, in località U Chianu, venne installato il nuovo frantoio, a somiglianza del suo predecessore. Come funzionava il trappeto? Con l’ausilio di animali, muli o mucche, ma a volte, quando non si disponeva di un animale o questi era molto stanco, veniva sostituito da uno o due uomini (ominu mortu),  venivano fatte ruotare le molazze in pietra per la preparazione della pasta di olive. Dopo di che si raccoglieva la pasta dell'olive che veniva poi inserita in una sorta di gabbia per la spremitura delle olive, dette “bruscole” , e collocate una sull'altra sotto la pressa. Questa agiva e faceva quindi pressione grazie ad una vite che girava sopra ad un ceppo di legno o un argano. Affinché uscisse l’acqua di vegetazione e olio di oliva l’operazione della pressa si ripeteva più volte. Il prodotto liquido così ottenuto veniva lasciato depositare in vasche di muratura e aggiungendo  dell'acqua calda si lasciava a riposo per qualche periodo. Con questa operazione l'olio, che aveva peso specifico minore rispetto all'acqua, saliva in superficie e poteva essere  separato dall’acqua con l’aiuto di tazze, contenitori o mestoli. Veniva infine messo nelle giare, o comunque in grandi contenitori.

Gli abitanti lavoravano nel trappeto che veniva certamente utilizzato dai contadini, ma la proprietà era del barone perciò occorreva pagare un fitto per l’uso dell’opificio, spesso anche con una parte del prodotto finito.




 
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