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L'ABITATO: L'ARCHITETTURA PRIVATA CONTADINA




I villaggi sono costituiti da un binomio inscindibile: gli abitanti e le case dove dimorano. Sembra di asserire  l’ovvio, ma spesso si sorvola sugli aspetti quotidiani e si pone l’accento su edifici di pregio e di una certa importanza. Nel descrivere Soverato Vecchia, invece, partiremo proprio dalle case dei suoi abitanti nella speranza di colpire soprattutto le persone a cui è affidata la memoria e la cura del paese abbandonato.

Suberatum non fu mai densamente popolata, anzi in molti periodi si contavano pochissimi fuochi e famiglie, a causa di diversi motivi come le carestie, gli attacchi nemici e, purtroppo, i moltissimi terremoti che sconvolsero  più di una volta la vita placida del borgo.

I documenti storici, come gli archivi e gli elenchi del  Catasto Onciario, ci restituiscono una realtà rurale precedente al disastro sismico e ci forniscono l’identità del territorio e del sito dal punto di vista sociale, politico ed economico. Grazie a questi reperti materiali si possono ricostruire le storie degli esseri umani, i loro rapporti sociali, le parentele e gli usi di coloro che poi fondarono qualche anno dopo il fatale terremoto il borgo di Soverato Superiore. Sono infatti molti i cognomi ereditati dagli abitanti di Soverato superiore, come i vari Chiefari, Tropea, Todaro ecc..

Ma di cosa vivevano e dove risiedevano queste poche centinaia di anime? Il piccolo villaggio rurale era abitato da gente contadina, agricoltori, braccianti, ma non mancavano anche fabbri, calzolai e barbieri. La popolazione era assoggettata al feudatario di turno, al barone, ovvero il massimo rappresentante giuridico-amministrativo che espletava queste funzioni nell’edificio noto come la Corte. Mentre il barone, ma anche gli ecclesiastici vivevano in condizioni agiate, i contadini dovevano lavorare davvero sodo per sopravvivere: i tempi erano duri e il territorio non era sempre generoso. Soprattutto, abitavano in case assai modeste, ubicate nella parte meridionale del villaggio.

Oggi molte abitazioni sono crollate sia a causa del terremoto sia per l’abbandono di questi due secoli ed è complicato immaginarle.
Proviamo a fare un piccolo sforzo: nonostante le famiglie di un tempo fossero numerose, vivevano tutti insieme e dividevano il più delle volte spazi angusti dove si mangiava e si dormiva. Chi possedeva animali doveva convivere gli spazi anche con loro, in scarse condizioni igieniche. I più fortunati possedevano dimore su due livelli: il pianterreno era adibito a stalla, mentre quello superiore ad uso domestico. Le abitazioni a due piani erano di due tipologie: una meno resistente, il tipo a catarratto, cioè a rischio rottura e in effetti furono quelle a cedere per prime dopo le prime violenti scosse telluriche e quelle invece meno economiche ma più strutturate, chiamate abitazioni a catoio, con il solaio in muratura, per una distribuzione dei pesi più equilibrata.

Come possiamo ancora notare, le abitazioni seguivano l’orografia e la morfologia della collina e si adattavano alle zone più scoscese o impervie. In generale, anche se oggi sembrano tutte messe lì a caso e ammassate tra loro, la distribuzione delle dimore rurali seguiva un filo logico: erano infatti disposte a schiera o su terrazze gradonate. 
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