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IL TERREMOTO DEL 1783




Nei mesi di febbraio e marzo del 1783, la Calabria fu devastata da ripetute e forti scosse telluriche che compromisero gli equilibri politici, economici e sociali dei luoghi, tra l’altro già abbastanza precari.

Questo terribile sisma, che è passato alla storia come una delle maggiori catastrofi mai avvenute in quell’area, sconvolse l’orografia e distrusse gran parte dei centri abitati. Molti cronisti dell’epoca, inviati o tecnici riferiscono delle dimensioni del disastro: ingenti danni, distruzione di paesi, isolamento di molte comunità dovuto al crollo di interi costoni di montagne e colli, impaludamenti, moltissimi morti.

La situazione venutasi a creare era davvero terribile. Per far fronte a questa emergenza, il governo del Regno di Napoli inviò rapidi ed efficienti soccorsi e varò un programma di ricostruzione, in genere preferendo il trasferimento degli abitati in luoghi più salubri e sicuri. Entro un decennio l’immane lavoro poteva dirsi compiuto.

 Soverato subì la scossa di marzo che assestò durissimi colpi a tutti gli edifici religiosi, pubblici e privati.

In quel momento il paese stava vivendo una fase di ripresa, dopo il periodo turbolento delle incursioni e degli attacchi turchi che avevano affossato l’economia del villaggio e provocato una dispersione della popolazione che cercava luoghi più sicuri al riparo dai predoni e soprattutto dopo alcuni terremoti precedenti, che avevano provocato sì alcuni danni, ma facilmente riparabili.
Il centro abitato quindi, dopo una fase negativa cercava di riprendersi ma a bloccare per sempre  la vitalità del borgo fu il fatale terremoto del 28 marzo, una data rimasta nelle cronache locali come una tra le più nefaste della sua storia.

Il sisma lese non solo le case, le strade, le mura, ma la stessa anima di Suberatum, che, al contrario degli eventi catastrofici precedenti, non si riprese più.

Soverato aspettò e accettò i fondi, gli interventi e sussidi del re, ma non per ristrutturare gli edifici e le costruzioni esistenti. Il sito venne abbandonato dopo nove, lunghissimi, secoli di vita. Si preferì lo spostamento dell’abitato nella collina a sud del Beltrame, che oggi ha denominazione di Soverato Superiore.

A differenza di molti altri luoghi calabresi, che obbedirono a piani regolatori razionali, il nuovo insediamento seguì dinamiche spontanee attorno alla chiesa e a spazi comuni pianeggianti, detti perciò “chiani”. Ancora oggi ci si può addentrare in stradine, viuzze e vicoli strettissimi molto somiglianti al vecchio paese.

La tradizione orale vuole che sia avvenuta, nel sito abbandonato, la spoliazione di tutto quanto potesse rendersi utile, tra cui gli arredi sacri, ma anche gli infissi e i tetti di legno e che ciò abbia accelerato i crolli.

Dalle due chiese gravemente danneggiate trasferirono nella nuova il Crocifisso ligneo, il fonte battesimale, oggi destinato ad acquasantiera, una piccola campana e, delle tre statue del tradizionale Incontro, la cosiddetta “Cumprunta” di Pasqua, quella del Cristo.

Presso la località U Chianu è ancora conservato il trappeto settecentesco, fedele riproduzione del frantoio di Soverato Vecchia.

Tornando a quei drammatici momenti, sappiamo infine che il governo di Ferdinando IV istituì la Cassa Sacra, con lo scopo di vendere a privati le terre dei conventi ormai inabitabili, e formare così una media e piccola proprietà. Le terre del Convento della Pietà, anch’esso danneggiato e nel 1814 privatizzato, entrarono in questo processo di divisione e acquisto. La Deposizione del Gagini venne trasferita nella nuova chiesa, la Matrice di Soverato Superiore dove è tutt’ora conservata ed esposta, mentre l’edificio passò a Petrizzi.

Il vecchio paese restò deserto e ammantato di leggende, venendo in qualche modo riscoperto e frequentato a partire dagli anni 1970. Molte sono le somiglianze tra Suberatum e Soverato, per questo il vecchio sito non può essere abbandonato, ma deve essere reso fruibile e valorizzato: per primi, solo i suoi abitanti possono rendergli di nuovo vita!





L’EREDITA’ DI SUBERATUM: LA FONDAZIONE DI SOVERATO SUPERIORE E LA RINASCITA DELLA MARINA.


I ruderi della Vecchia Soverato, abbandonati, degradarono fino alle condizioni attuali. Dopo il grande terremoto che causò danni gravissimi all’abitato, il governo del Re Ferdinando IV di Borbone inviò soccorsi rapidissimi ed efficientissimi in tutta la Calabria, e con loro due ingegneri incaricati di ricostruire i paesi distrutti.

Anche Soverato, come Filadelfia, Taurianova, Cittanova, Palmi, Oppido ebbe un piano regolatore moderno e razionale, ma, destino infelice dei piani regolatori soveratesi, non venne attuato, e ne nacque, dall’altra parte del fiume, Soverato oggi detta Superiore.

La popolazione si trasferì sulla collina a sud del Beltrame, riprendendo a vivere. Intanto sorgeva sul mare una piccola frazione di Santa Maria di Poliporto, sede di commerci e protetta dalla Torre di Galilea e da un castello.

Nel 1811 Soverato venne dichiarata porto.  La rinnovata vivacità dei traffici marittimi nello Ionio attirò commercianti e gente di mare da Calabria, Sicilia, Napoli, Amalfi, Puglia… La piccola frazione crebbe e nel 1881 divenne capoluogo comunale con il nome di Soverato Marina; il borgo collinare assunse il nome di Soverato Superiore. Piccolissima per territorio e numero di abitanti, Soverato raggiunge presto un elevato livello sociale, culturale e politico.  La sua espansione urbana risale agli anni ‘70 di questo secolo, ma assai più per insediamenti abitativi che per una crescita produttiva e di servizi. Nel 1974, Soverato ottenne il titolo di città.

Dal borgo abbandonato di Suberatum, la popolazione ricavò quanto si poteva riutilizzare, cercando di risparmiare sulle nuove costruzioni grazie al materiale che non era stato danneggiato dal sisma.  Dalle due chiese gravemente ferite dal terremoto, trasferirono nella nuova il Crocifisso ligneo, il fonte battesimale, oggi destinato ad acquasantiera, una piccola campana e, delle tre statue del tradizionale Incontro, la cosiddetta “Cumprunta” di Pasqua, quella del Cristo. Il nuovo insediamento mostra un’urbanistica spontanea attorno ai “chiani”, spazi comuni circondati dalle abitazioni: dall’antica via maestra si diramano vicoli percorribili anche dai carri; a proposito di carri, gli spigoli delle case erano protetti da paracarri di pietra detti “bambocciuli” da qualche figura antropomorfa che ancora s’intravede: quasi delle antiche Erme. Da più luoghi partono ripidi sentieri verso la valle del Beltrame, divisa in “pezzetti”, piccole proprietà familiari coltivati con cura. C’è memoria di un’agricoltura destinata all’attività tessile: gelso per il baco, cotone, lino… 

La collina che degrada verso il mare è verde di rigogliosi ulivi e a Soverato Superiore, come già a Soverato Vecchia che disponeva di una struttura per la produzione dell’olio, detta Trappeto, si contavano sette frantoi. Attualmente è conservata nella Chiesa Matrice di Soverato Superiore la Pietà opera del Gagini datata 1521, custodita in questa chiesa a causa della famosa contesa con Petrizzi, risolta affidando alla volontà di Dio un carro a buoi senza conducente che andarono verso Soverato che quindi ottenne la statua; il convento, invece, passò in agro petrizzese. 
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